Ci sono dei mesi che hanno un colore proprio. Innanzitutto quei mesi che, anticipandola, annunciano una stagione. E quelli sono i mesi dai colori netti. Penso a Maggio, Settembre. Dicembre ed Agosto, invece, sono del colore dei giorni di festa capitale che ospitano. Ma il loro colore non è invariante: muta con la latitudine. Un altoatesino, Dicembre, lo pensa bianco, freddo, silenzioso a valle e con le urla dei turisti sulle cime della loro cattedrale, fatta di guglie e roccia, a rompere la consuetudinaria quiete di quelle distese. Ad un napoletano viene immediatamente in mente il colore delle strade che odorano di festa. A Napoli, più che altrove, Dicembre, ha soprattutto odore: quello delle tradizioni che si ripetono. L'aria è acre, densa e domina un unico colore: quello dei vicoli fatti di basalti e botteghe, portoni spalancati sull'ingresso di sorprendenti palazzi nobiliari, di sguardi pieni di adolescenziale stupore e sorrisi che si accendono in quelle vie. Percorrete San Gregorio Armeno, la via dei presepi, e le tante che la circondano e capirete. Ti regala ingenua beatitudine. E da lì si sparge il colore che in quel mese tinge l’intera città. Ed in quei giorni amo camminare lentamente con un impermeabile stretto addosso ed il bavero sollevato, le mani serrate nelle tasche e lo sguardo di chi studia quel piccolo innocuo pezzo di mondo, dove nulla ti aspetti se non quiete e vaga serenità.
Poi ci sono i mesi intimisti. Quelli in cui la solitudine si presenta, si accomoda vicino a te, e non ne vuol sapere di sloggiare. I mesi, in cui, più di altri, ti tocca fare i conti con la capacità di saper stare accettabilmente bene o insostenibilmente male con te stesso. E Novembre, è il reggente dei mesi intimisti. Che colore ha? Giorni grigi, quelli di Novembre.
Il colore ricorre anche nelle parole. Trovo che le parole si tingano di colore ancora prima di mostrarsi. Lo stesso colore dell’anima. Tentare di cambiarne la tinta, non funzionerebbe. Le devi scrivere come si presentano e mostrarle come le hai pensate. Non c’è necessità di simulare. E’ uno dei privilegi riservato a chi decide di usarle. Le espressioni invece no. Quelle sono un affare pubblico. Ma tutto sommato, è semplice salutare ed accennare una smorfia, camuffandola da sorriso. A te soltanto è dato di sapere che quella sul tuo volto l’hai estratta dal repertorio delle smorfie d’occasione. E il tuo repertorio, ormai, è vasto e consunto. Così ti riesce di apparire come devi, non come vuoi. Scrivere, invece, no: è un affare privato. Ci sei tu, il tuo mondo interiore, una tastiera, dove le emozioni puoi ticchettarle, e uno schermo bianco dove osservarle venire al mondo. E così puoi raccontare, senza dover sostenere lo sguardo di conoscenti, colleghi o di volti anonimi che incroci nelle tue giornate, pronti a scrutarti sottecchi e ad interrogarti. Vi sembra poco?
Chi scrive, lo fa innanzitutto per sé stesso; libero di sentirsi come vuole. Un’esigenza, che ad un certo punto della vita, ti assale. Quasi tutto ti obbliga a travestire le tue emozioni. Chi ti ha amato e sostenuto da quando sei venuto al mondo, e che ora, con un sorriso che ricorda il tuo, quando ad attendervi c’era una vita e tu una piccola creatura, ha bisogno della tua mano. E di sentire la tua voce famigliare, rassicurante, calda che gli dica: <<non preoccuparti, migliorerà>>. Anche quando il suo passo, ormai incerto e malfermo, ti stringe il cuore, come fosse un’arancia da spremere.
Chi ti circonda, dove ti procuri il tuo assegno mensile di sussistenza. E lì, pure, ti tocca elargire sorrisi entusiasti per ciò che di entusiasmante non ha nulla: il lavoro che non ami. E a tanti tocca sopportare questo giogo. Io allora scrivo, e facendolo, sopravvivo a certe giornate. Ma senza cambiarle di colore: siano pure grigie le parole, come i colori di Novembre. Attendo il mese del colore giusto per modificarne la tinta. Un bel pantone lemon-zest, mi piacerebbe proprio. Un giallo caldo e pastoso, tanto per capirci, che rassicuri lo sguardo e riscaldi il cuore. Ma bisogna attendere il mese adatto.
Questo, intanto, lo scolorisco nelle parole grigie come il piombo, e così mi alleggerisco il cuore.
Chi ti circonda, dove ti procuri il tuo assegno mensile di sussistenza. E lì, pure, ti tocca elargire sorrisi entusiasti per ciò che di entusiasmante non ha nulla: il lavoro che non ami. E a tanti tocca sopportare questo giogo. Io allora scrivo, e facendolo, sopravvivo a certe giornate. Ma senza cambiarle di colore: siano pure grigie le parole, come i colori di Novembre. Attendo il mese del colore giusto per modificarne la tinta. Un bel pantone lemon-zest, mi piacerebbe proprio. Un giallo caldo e pastoso, tanto per capirci, che rassicuri lo sguardo e riscaldi il cuore. Ma bisogna attendere il mese adatto.
Questo, intanto, lo scolorisco nelle parole grigie come il piombo, e così mi alleggerisco il cuore.
E le vostre parole, oggi, di quale colore sono?
©
Nessun commento:
Posta un commento