sabato 24 novembre 2012

Un Gioco Di Equilibrio

E stasera provo un esercizio; o meglio, quasi un virtuosismo. Scrivere a tempo di un brano, a tempo della musica che amo. E voglio, pure, provare a camminare su di un filo teso in aria, e muovermi veloce, percorrendolo fin dove posso. Si, un'idea stramba. Ma quest'idea mi eccita. Posato il piede destro, la sottile fune si incurva e va a destra. Il corpo reagisce: si sposta nella stessa direzione, si contrae, si piega, si solleva d'improvviso. Lo scatto recupera equilibrio. E sono ancora in piedi. Ero certo di cadere, stavolta, ed aver accettato una sfida già perduta, non appena cominciata. E invece, ancora in piedi. E comincio ad aver voglia di infilare un altro passo che segua il precedente. Ed eccolo. E' andato. Il cavo, ora ben saldo,  sembra suggerirmi: <<proviamo ad intenderci; ripiegati su di te se oscillo, e distenditi in alto, se risalgo; ma seguimi>>.  Muovi un altro passo e non guardare in basso. Non farlo. Potrebbe solo svuotarti lo stomaco in un istante, e farti provare vertigine. Il vuoto non serve a nessuno, tanto meno a te che provi a restare sospeso. Perché guardarlo? Punta lo sguardo dritto di fronte, e prova il passo successivo: che sia assestato ad arte. Né greve, né leggero, ma un passo di quelli che sanno dove vogliono posarsi e come. E allora, avanza il piede. Lascia che scivoli lungo il filo. Seguilo, avvertendone la presenza con il più rassicurante senso di cui sei capace: il (con)tatto. In equilibrio sul vuoto, dovremo imparare a restare. Se volete sopravvivere, dovrete percorrerlo quel filo di vita. Preparatevi a farlo, perché prima o poi vi tocca. Ognuno di noi, ha gambe, braccia diverse da ogni altro. Osservate lo spessore, la lunghezza dei vostri arti. Il torace di ciascuno, diverso per ampiezza e forma. Per qualcuno piatto e rettangolare come una lamina. Per qualcun altro ovale e tozzo. Per ciascuno diverso, e ciascuno deve capire come restare in equilibrio. Sentire il proprio corpo e comprendere i movimenti da fare. Come piegarsi, distendersi, contrarsi per restare in equilibrio perché, presto, la vita si stringe diventando spessa il calibro di un filo, e ti circonderà il vuoto tutt'intorno. Io ci sto provando, ma a modo mio. Ho spento il silenzio con i Bloc Party e provo a restare in piedi a tempo di Kreuzberg. E confesso: mi sta riuscendo. E scrivere mi fa venir voglia di provare presto anche un salto mortale, sospeso su una linea di vita, tanto sottile quanto insospettabilmente resistente. Come nylon: sottile, invisibile. Non lo spezzi. Hai voglia a tirare. Le mani nulla possono, per quanta forza ci metta. La fisica te lo impedisce: c'è bisogno di attrito per afferrarlo, e tenderlo, reciderlo. La vita non si fa afferrare. La devi solo percorrere, in equilibrio su di un filo. Ecco perché la vita, come filo di nylon, vi tiene sempre, dovrete però imparare a restarci sopra. Si tratta di virtuosismo, di numero ad effetto, da lasciare chi guarda e chi lo esegue, stupefatto. Ma bisogna farlo. Lei vi regge, ma voi dovrete imparare il numero. Ne va della vostra sopravvivenza. Come fare, non posso dirvelo. Dovrete sentire il vostro corpo, assecondarlo, ma sapendo di dover restare in equilibrio; ciascuno come può. Ognuno scelga delle note per spegnere il silenzio che seppellisce il cuore, e provi a ripartire da ciò che gli accende passione in petto. E se, smarrito, scoprisse di non sapere più cosa sia, riparta proprio da questo: capire cosa potrà essere. Stavolta, le parole, volevo che fossero rapide e andassero a tempo di Kreuzberg. E vorrei che anche la mia vita accelerasse. E la felicità,  vederemo se la incontro. So che si parerà di fronte, solo quando saprò correre sicuro e sorridere, lungo quel filo sottile. E resistere agli olè del vento che proveranno a buttarmi di sotto. Ma dovrai provare a scordare il terrore di esser stato lì per precipitare. Scordare anche quelle guance paffute e rosse apparse per scatenarti addosso un uragano, quando pensavi annunciassero riposo. Dimenticale, che riuscirai a tirarti su, perpendicolare al filo e potrai  provare a percorrerlo di nuovo. Perché dimenticare, talvolta, non è un male. Il male è quello che provi, pensando che nemmeno ti abbia detto mi dispiace quel volto che una manciata di giorni prima, sul palmo della tua mano, ha riposato la stanchezza di una lunga giornata, per poi soffiarti via. La vita non l'afferri: puoi solo provare a restarci sopra. E cancellare certe tracce, è permesso. In questo pericoloso gioco di equilibrio, non ci sono regole da rispettare.

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domenica 18 novembre 2012

Bolle di sapone



….E sul rapporto tra un uomo e una donna, mi piacerà tornare, seguendo le orme di Chinaski. Perché non è mai uguale l’altro nelle storie che si succedono; e non lo siete nemmeno voi. Che il vostro cuore sia stato frustato impietosamente e bruci per ferite mai chiuse od accarezzato e lenito, le vostre reazioni saranno diversissime.
Potreste essere incapaci di fiducia, di slancio, di impegno. Allora sarete fermi ed immobili. E disteso il braccio dinanzi a voi, inviterete l’altro a farsi avanti, stringendo il pugno, sollevando quattro dita per richiuderle immediatamente dopo, con il pollice sempre immobile. Come a voler dire: <<bene, fammi vedere che sai fare. Io resto qui. Io non mi muovo>>.
Eppure, non vi illudete: soffrirete sempre allo stesso modo;  l’unico che la vostra sensibilità vi consente, anche di fronte ad una simile incapacità, seppur temporanea. Perché, comunque, non è quello che vorreste.
Oppure sarete guariti e nuovamente pronti ad inseguire, consegnando la vostra fiducia all’altro e disposti a meritarvi la sua.  
Ma di qualsiasi cosa si tratti: sempre lo stesso tu, ma quanti voi. E c’è di che scrivere.
Così, vorrei cominciare a raccontare dell’amore. Non quello malato, da lettino dello psichiatra. Non quello virtuale, che nasce in rete. Adesso mi appassiona quello folle. Quello che di una rete di protezione ne fa a meno. Il più rischioso: dove se cadi ti spezzi e ti tocca trovare il modo di rinsaldare le ossa e suturare le ferite. Quando ti chiedi sconfortato cos'hai fatto di sbagliato; oppure se ad essere sbagliato sei nient’altro che tu, qualunque cosa faccia. Quello dove, forse, inadatto è solo l’altro. Quando credevi di essere di fronte ad una mongolfiera, fatta del tessuto che riveste il cielo, e in preda ad un’emozione che non sei riuscito a domare, avevi deciso di montarci nel cesto. E proprio quando ti vedevi in alto, ti sei ritrovato a cadere rovinosamente. Perché quella sfera iridescente che lassù ti ha portato, leggero, felice, appena ha avvertito la pressione dell’aria solleticarla, è scoppiata, sbuffando.
Col viso sporco di fango, in quella pozzanghera di acqua scivolosa, sei precipitato e da laggiù guardi in alto, da dove sei precipitato. Proprio lì, dove ti lasciano le bolle di sapone. Non mongolfiere per volare alto, ma solo bolle di sapone. E le labbra che le soffiano, ci piacerebbe descriverle, perché, forse, impareremmo a riconoscerle ed allora a tapparle.
Ma se proprio ti ostinassi a spingerti dentro, illudendoti di poterla trasformare in una mongolfiera, allora, accomodati pure, eroe. E sii pronto a precipitare, perché saprai che quella storia non si solleverà mai in alto, fin dove speri. Quelle labbra appartengono alla terra, e non la osserveranno mai da lassù; da dove, tu, che ci sei entrato in quella bolla, sei comunque arrivato, prima di rovinare di nuovo al suolo.
Credevi di essere, finalmente, pronto. Ma non lo si è mai. Le labbra che soffiano bolle sono seducenti. E appaiono fragili e sottili mentre ti raccontano che, prima o poi, ne soffieranno un’altra; e solo per te. Così cominci a credere che non possano dirlo sul serio. Magari, nel tempo che precedeva quell'incontro  hai allenato il tuo corpo, sfidandolo, e riuscendo a renderlo, così, armonioso e fiero. Hai affinato la mente. L’hai resa seducente, con anni di esercizi e di sfide alla monumentale complessità del mondo sensibile. Mai soffocando l’indomata curiosità per la conoscenza, in qualunque forma si possa manifestare; non ultima quella fatta di parole. Allora ti sarai detto: "ora sono pronto!". Invece, ancora una volta, non è bastato. E ti chiederai: “cos’è accaduto?”.
E se avrai, perfino, deciso di mostrarti così come sei, anche se fragile, posandole una mano sulle labbra e sussurrandole tutto ciò che sei capace di provare. Senza timore di infrangere la legge che impone con l’altro innanzitutto di giocare, lasciando alla tensione, all'incertezza  alla provocazione, alla distanza, il compito di giustificare tu e lei, e mai un voi. Ma non sarà bastato. Allora, cos’è accaduto?
Che, forse, soltanto, erano le labbra sbagliate.
Considerala questa possibilità. E quelle labbra abbandonale. Lascia che continuino a soffiare bolle di sapone, perché quelle labbra, forse, non sanno fare altro. Gira le spalle, e piangi, ma di rabbia. Perché le avrai mostrato quanto di meglio hai, e lei, l’avrà solo saputo ficcare in una bolla di sapone per liberarla e vedere dove sarebbe scoppiata stavolta. E non importa che tu avrai rischiato e ti sarai schiantato al suolo. Non importa, perché a lei interessano solo “bolle di sapone”.  Allora devi voltare le spalle, e scegliere di camminare in piano anziché tentare di sollevarti, anche solo di una spanna, nella sua bolla di sapone. Cammina dritto, e strilla, e piangi, ma volgendo le spalle non mostrarle più il tuo viso, perché lei l’ha osservato. L’ha compreso. E gli ha soffiato sopra, nient’altro che bolle. Dovrai allora ripeterti: <<erano solo le labbra sbagliate>>.

Se non sei mai entrato in una bolla, non seguirlo questo blog perché non capiresti. Resta a terra! A chi invece è salito su una mongolfiera e non potrà più vederci, perché, da lassù, è ormai lontano. A lui, non mi resta che augurargli di volare ancora più oltre di lontano.

Io invece seguirò Chinaski nel suo viaggio, e durante quel viaggio, forse, qualcosa impareremo; se non altro qualche parola in più, per raccontare la vita. Ma non sperate che, di quel viaggio, la fine sia certa o che lungo il percorso si incontri una mongolfiera. Potremmo giungere in nessun posto; e saremo solo riusciti a spingerci un po' più oltre. Tutto qua. Ma se fosse anche solo quello, ne sarà valsa la pena.

E voi che leggerete e sbranerete i miei pezzi come cani randagi a caccia di parole, disseminandoli, ancora sanguinanti, in giro per la rete, citate il corpo da cui l’avrete staccate.
Citatemi almeno, e così lasciate che mi trovino e che racconti anche a loro del nostro viaggio.

E questo è il mio Blog!!!
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sabato 17 novembre 2012

Sulle Orme di H. Chinasky


<<L’ennesimo fottutissimo blog!!>>, esclamerebbe Chinaski.
Ma, forse, subito dopo prenderebbe a leggere almeno le prime righe. Perché Chinaski,  alle parole ci tiene. Quelle capaci di raccontare, di mostrare, sopratutto, ciò che non è accessibile a nessun altro se non a noi stessi. Le parole, quelle scelte con cura; messe insieme come in uno spartito: punti e archi che lasciano una traccia perfetta, da poterle leggere tutte d’un fiato. Quasi riuscissero a mettere su tela, ombre e luci delle tue emozioni, consegnandotele in immagini e legenda e così, avendole di fronte, puoi provare ad osservarle e, forse, di qualcuna, comprenderne le ragioni. E quando avrai finito, sbalordito, starai pensando che ti avranno svelato il significato di qualcuna delle tue vibrazioni più intime. Così Chinaski le adoperava, le parole.
Ecco perché un altro fottutissimo blog: per celebrare le parole. E usarle nel tentativo di scardinare certe giornate e gli accadimenti che legano quelle giornate in un nuovo fascicolo della tua vita, che classificherai nella memoria come doloroso, felice, entusiasmante o deprimente. E vorrei, addirittura, provare ad alleviare le giornate che ricorderai come deprimenti e onorare quelle felici; ma questo, non sono certo che mi riuscirà.

Per Chinaski la vita era estasi o dolore. Non c’era quiete. Certo, la maniera più logorante di consumare la vita. Ma non riusciva a fare altrimenti. E sulle orme di Chinaski, vorrei provare a commentarla, la vita. E certe giornate, almeno quelle che suggeriscono pensieri ordinariamente insoliti, quando d’improvviso si cortocircuita la monotonia della quotidianità mentre tu sei obbligato a decidere la direzione del successivo passo. Si, proprio in quei momenti, quando l’unica domanda che sai rivolgerti è: “perché non sono altrove”.
Dei pensieri, che cercheremo di intrappolare in una rete di parole, ne considereremo una sola specie, forse, la peggiore: la razza dei pensieri sovversivi e anarchici. Quelli che gettano luce sui nostri giorni risolvendone, sorprendentemente, alcuni. Ma anche quelli che rendono insostenibilmente faticose certe nostre giornate, perché ci costringono ad affrontare la questione, chiudendoci in un angolo. E ci incalzano, provocando pericolose vertigini: cosa ne stiamo facendo della nostra esistenza, cosa ne abbiamo fino ad allora fatto. Un affare scomodo, maledettamente. Ma perché, la vita, trovate sia comoda; sia facile?

Mi sono deciso a raccontarla, la vita, così come la osservo e dovunque mi accada di farlo. E sarò, forse, presuntuoso nel credere che a voi piacerà leggerne. Ma di certo vi appassionerà farlo, se non altro perché rimbalzerete alle vostre esistenze e penserete se mai Chinaski abbia avuto ragione. Estasi e dolore. Forse solo allora avremo vissuto davvero e la quiete che le divide è perché non avremo mai il fegato di Chinaski.

Ma chi era, Chinaski?  Chi ama leggere, troverà quasi offensivo vedersi sottoporre la domanda. Ma non tutti amano farlo e non tutti sanno che Henry Chinaski era l’eroe narrante delle opere di quel “fottuto” genio che è stato Charles Bukowski. Così gli piaceva parlare di sé e così voglio onorarne la memoria. Citarlo, come a lui piaceva che si facesse: un fottuto genio. E leggere la prima volta di H.Chinaski, è stato come ricevere un pugno: giusto dritto allo stomaco. Chinaski ti fissa negli occhi e ti sputa in faccia la realtà. E non si preoccupa di lasciarti disperato. Quello non era un suo problema. Risolverla, la vita, tocca poi, singolarmente, a ciascuno di noi. Ed è proprio sulle orme dell’umana vicenda di Chinaski, specchio letterario dell’animo dannato e sublime di Charles Bukowski, che vorrei intraprendere questo viaggio. Il mio viaggio. Che lascerò a voi seguire. Il viaggio di un umano tra gli umani e tra le ombre che sfilano ai margini del mio tragitto, forse, avrò incrociato anche voi.

Ma non ho voglia di concludere il mio primo blog senza provare a farvi masticare una manciata di pensieri scomodi. Così saprete come procederemo sulle orme di Chinaski e, se vorrete, deciderete di fermarvi e seguire il percorso che quelle orme potrebbero tracciare.... 

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