lunedì 22 dicembre 2014

Parole a Colori

Ci sono dei mesi che hanno un colore proprio. Innanzitutto quei mesi che, anticipandola, annunciano una stagione. E quelli sono i mesi dai colori netti. Penso a Maggio, Settembre. Dicembre ed Agosto, invece, sono del colore dei giorni di festa capitale che ospitano. Ma il loro colore non è invariante: muta con la latitudine. Un altoatesino, Dicembre, lo pensa bianco, freddo, silenzioso a valle e con le urla dei turisti sulle cime della loro cattedrale, fatta di guglie e roccia, a rompere la consuetudinaria quiete di quelle distese. Ad un napoletano viene immediatamente in mente il colore delle strade che odorano di festa. A Napoli, più che altrove, Dicembre, ha soprattutto odore: quello delle tradizioni che si ripetono. L'aria è acre, densa e domina un unico colore: quello dei vicoli fatti di basalti e botteghe, portoni spalancati sull'ingresso di sorprendenti palazzi nobiliari, di sguardi pieni di adolescenziale stupore e sorrisi  che si accendono in quelle vie. Percorrete San Gregorio Armeno, la via dei presepi, e le tante che la circondano e capirete. Ti regala ingenua beatitudine. E da lì si sparge il colore che in quel mese tinge l’intera città. Ed in quei giorni amo camminare lentamente con un impermeabile stretto addosso ed il bavero sollevato, le mani serrate nelle tasche e lo sguardo di chi studia quel piccolo innocuo pezzo di mondo, dove nulla ti aspetti se non quiete e vaga serenità.
Poi ci sono i mesi intimisti. Quelli in cui la solitudine si presenta, si accomoda vicino a te, e non ne vuol sapere di sloggiare. I mesi, in cui, più di altri, ti tocca fare i conti con la capacità di saper stare accettabilmente bene o insostenibilmente male con te stesso. E Novembre, è il reggente dei mesi intimisti. Che colore ha? Giorni grigi, quelli di Novembre. 
Il colore ricorre anche nelle parole. Trovo che le parole si tingano di colore ancora prima di mostrarsi. Lo stesso colore dell’anima. Tentare di cambiarne la tinta, non funzionerebbe. Le devi scrivere come si presentano e mostrarle come le hai pensate. Non c’è necessità di simulare. E’ uno dei privilegi riservato a chi decide di usarle. Le espressioni invece no. Quelle sono un affare pubblico. Ma tutto sommato, è semplice salutare ed accennare una smorfia, camuffandola da sorriso. A te soltanto è dato di sapere che quella sul tuo volto l’hai estratta dal repertorio delle smorfie d’occasione. E il tuo repertorio, ormai, è vasto e consunto. Così ti riesce di apparire come devi, non come vuoi. Scrivere, invece, no: è un affare privato. Ci sei tu, il tuo mondo interiore, una tastiera, dove le emozioni puoi ticchettarle, e uno schermo bianco dove osservarle venire al mondo. E così puoi raccontare, senza dover sostenere  lo sguardo di conoscenti, colleghi o di volti anonimi che incroci nelle tue giornate, pronti a scrutarti sottecchi e ad interrogarti. Vi sembra poco? 
Chi scrive, lo fa innanzitutto per sé stesso; libero di sentirsi come vuole. Un’esigenza, che ad un certo punto della vita, ti assale. Quasi tutto ti obbliga a travestire le tue emozioni. Chi ti ha amato e sostenuto da quando sei venuto al mondo, e che ora, con un sorriso che ricorda il tuo, quando ad attendervi c’era una vita e tu una piccola creatura, ha bisogno della tua mano. E di sentire la tua voce famigliare, rassicurante, calda che gli dica: <<non preoccuparti, migliorerà>>. Anche quando il suo passo, ormai incerto e malfermo, ti stringe il cuore, come fosse un’arancia da spremere.
Chi ti circonda, dove ti procuri il tuo assegno mensile di sussistenza. E lì, pure, ti tocca elargire sorrisi entusiasti per ciò che di entusiasmante non ha nulla: il lavoro che non ami. E a tanti tocca sopportare questo giogo. Io allora scrivo, e facendolo, sopravvivo a certe giornate. Ma senza cambiarle di colore: siano pure grigie le parole, come i colori di Novembre. Attendo il mese del colore giusto per modificarne la tinta. Un bel pantone lemon-zest, mi piacerebbe proprio. Un giallo caldo e pastoso, tanto per capirci, che rassicuri lo sguardo e riscaldi il cuore. Ma bisogna attendere il mese adatto.
Questo, intanto, lo scolorisco nelle parole grigie come il piombo, e così mi alleggerisco il cuore.

E le vostre parole, oggi, di quale colore sono?

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martedì 6 agosto 2013

E li Chiamano Locali



Li chiamano Locali e li riconosci subito: musica da vomito, assi sconnesse di legno infradiciato che se non cammini a saltelli ti ritrovi a terra. Drink a base di cubetti di ghiaccio e gocce distillate di rum sintetico che ti chiedi se sappia più di pesca o di fragola. Ma quella che può sapere di pesca o fragola, non dovrebbe essere la vodka?? Ma no!!! Nei locali i sapori, come i gusti, sono tutti confusi. E tutta quella gente che si diverte. Oh come si diverte con quelle esplosioni di baci e strette di mano, pacche sulle spalle per sentirsi i mattatori della serata; i catalizzatori del divertimento esplosivo. Poi ci sono quelli che ballano sul posto, che sembra una marcia da reggimento e neanche scelto. Quelli che ancora una volta avranno consumato alcolici più di tutti gli altri. I Prrrr li riconoscono subito. Quelli che basta uno sguardo languido per fargli sognare un seratone da estasi, e così bevono, bevono. Quanto bevono. Ma i sogni li faranno nel lettino della loro cameretta, dopo aver vomitato pure i peli del naso. E poi lui il texano dagli occhi di ghiaccio che svetta su tutti. L'unico che tromberà quella sera. Quello con la camicia dove l'unico bottone serrato è sull'ombelico. Quello che ha una abilità specialissima: mostrare i peli ma solo dalle asole non impegnate dai bottoni. E ancora lei, la verginella, quella con il cuore spezzato che se non va in un locale, che fa? Ma te l'hanno spiegato che esistono, bar, cinema, teatri, scampoli di via dove crogiolarsi tranquilli con una birretta stretta tra le mani, musica sottotono ma musica giusta e parole da scambiarsi. E d'estate è ancora più applicabile la formula "baretto". Ma no lei, la delusa dagli uomini, quella con il tacco dieci, l'abitino zippato addosso e l'abbronzatura che non lascia scampo, mentre si lamenta di quanto il mondo sia affollato da meschini e subdoli ingannatori dell'umano genere, conclude: <<ci credo ancora!>>. Eppoi cambia repentinamente l'espressione del volto ed osservi, lambirle le labbra, una neo formazione di bavetta che risucchia lesta. Lo sguardo, ormai, è fisso sul texano e, complice l'asse sconnessa ed il tacco dieci, vuoi vedere che cascherà dietro al divanetto con le mani nella camicia del texano?

Ma quanto ti diverti, nei locali, ad osservarli. E poi ti dicono stupefatti: <<ma non ti vediamo più in giro per locali. Tutto bene?>>. E quando accade che ci rimetti piede, parte, senza che possa impedirlo, il conto alla rovescia. Ogni volta cerchi di stabilire il record di permanenza e superare i quarantacinque minuti. Ma avrai fallito anche questa volta: sono al minuto quaranta e sale l'unico brano orecchiabile, "I will follow". L'unico che funziona dopo due anni. Solo perchè il remix è già incluso. Così al minuto quarantacinque sono fuori. Ma mi sono divertito anch'io ad osservare i fenotipi che si sviluppano nell'interazione Locale-Individuo. Sorprendente come sempre. Quanto impari dagli usi e costumi dei teenager: giovani di età compresa tra i 13 e i 63 anni.
Facciamo così: se ascolto un remix del genere, resisto cinquanta minuti!!!

Lana del Rey- Young And Beautiful (Panic City Remix)

CosìMiDivertoAnch'ioNeiLocali


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martedì 8 gennaio 2013

C'è una possibilità.


 C'è la possibilità di svegliarsi, riempire quella tazza di latte, renderlo appena meno che bollente, scioglierci miele per riscaldarti e addolcire una giornata che dopo l'ultimo sorso, consumato lento ed in silenzio, riprenderà ad essere amara e fredda.

 C'è una possibilità per osservare lo sguardo di tuo padre, e fissare gli occhi tremolanti di una luce di vita che sembra volersi affievolire, eppure, senza mai far smarrire il senso di tutta quella vita; che si rinnova nelle parole, negli abbracci, nelle carezze che scambia con te. Nella voce di chi lo ama e lo tiene, per il bavero, afferrato a questa vita con rabbia e terrore, penzolante sul baratro del nulla, con inesauribile ostinazione; e urla, e continua a tenerlo in una stretta brutale e sfrontata che ignora il precipizio, nelle giornate sospese come la sua vita.

 C'è una possibilità, che un giorno, capirai cosa ti piacerebbe essere e non ti farai trovare da nessuno se non dalla volontà di provare a trasformarti in ciò che vuoi, rischiando misere certezze ed i tuoi sogni, in una sfida che ti restituirà a te stesso disperato o felice, ma senza fraintendimento.

 C'è una possibilità perché un giorno ti avvii sul percorso che hai sognato, lastricato di libertà e compiutezza, dove le parole siano tutte al giusto posto e tu riesca a pronunciarle nel giusto tono, e chiunque le ascolti ripeta a se stesso: di nuovo una verità, finalmente.

 C'è una possibilità perché la via di una città, ieri, a te sconosciuta ed estranea, sia il luogo dove rinascere ed inchinarti alla luce del mattino, come in un minuetto, dove sorrisi lievi ed aggraziati ed una mano pòrta con leggerezza accompagnino una genuflessione divertita e riverente, per celebrare il giorno che viene ed il sole, che mai fu cosi astro del giorno, con una luce che ti appaia inspiegabilmente insolita e riesca sorprendentemente a scaldarti; le viscere più che la pelle.

 C'è una possibilità perché un giorno tutto sia compiuto nel significato, e ti investa come un lampo e ti accechi di verità.

C'è una possibilità?

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mercoledì 19 dicembre 2012

Non per forza, con un titolo.



Mica lo immaginavo. Sono entrato nella Blogosfera, in questo universo parallelo, come un alieno al contrario, con un pugno di emozioni, più che di idee, da mettere in prosa. Però sapevo esattamente dove dirigermi e giunto dove volevo, ho varcato la soglia, ignorando chiunque altro: persona o cosa che fosse. Un'unica meta da raggiungere. Tutt'intorno, bianco, che significa tutti i colori accesi ma non distinguerne nessuno. Nel mezzo un varco fatto di oscurità interrotta in profondità da uno sportello a grate, dai colori del rame. Non ricordo se abbia travolto qualcuno nella furia di ritrovarmici davanti e reclamare il mio biglietto. Mi è bastato sbattere il pugno, senza dire una parola. Non c'era bisogno di chiedere. A quello sportello era possibile un'unica destinazione. E così, di lì a poco, ero in viaggio. 
Un viaggio di parole, iniziato da molto prima, ma senza mai un taccuino dove annotarle. E quanti pensieri persi mentre percorrevo alla guida i giorni della mia vita, lungo strade senza l'ombra di un segnale. Quelli tocca a te inventarteli. Tu dovrai decidere se procedere dritto o svoltare; quando rallentare o accelerare. A chi dare la precedenza, a chi toglierla. Ma, sopratutto, dove fermarti e quando ripartire; se ripartirai. Così è la vita, e non potete farci nulla. Una scelta sbagliata e correte il rischio di fare un bel botto e trovarvi ribaltati in un terrapieno, scaraventati ai lati della via. E provare a ripartire fa un gran male e la sosta potrebbe durare tanto, anche un'intera vita. A volte basta solo un sorriso, la consapevolezza di aver scampato il pericolo, un abbraccio, per riprendere il viaggio. Ma non troverai mai un'indicazione che ti suggerisca per dove proseguire. E neanche mi piacerebbe. Sarebbe come sedersi ad un tavolo e giocare una partita truccata, conoscendo le carte in mano al tuo avversario. Ma il destino è un avversario imbattibile. Inutile giocarci contro. Le carte lasciatele sul tavolo, allontanatevene, sbattete la porta e rinunciateci. Solo così potrete vincerla quella partita. Un viaggio lo inizierei, soltanto, se non sapessi dove potrebbe condurmi e chi potrei incrociare. In quali occhi perdermi e quali sorrisi non dimenticare. La vita, pur non conoscendone il senso, semmai ce ne sia qualcuno, di certo non è mai stata un bluff. 
Quante riflessioni, sorprendenti intuizioni, lasciate sospese mentre attraversavo paesaggi diversi, a volte solo per la stagione mutata. Certe altre perché appartenevano a luoghi distanti dove mi hanno condotto il lavoro, un viaggio, le persone che hanno contato.
Ma non riesco più a riacciuffarle. Sono rimaste lì, e nemmeno le riconoscerei se me le ritrovassi di fronte. Ma qui, ora, finalmente, la possibilità di serbarne memoria e voce. Come in un album dove la tua vita puoi ordinarla per mese, per anno, per festività, per compleanno. Per l'amore vissuto e poi passato ed il dubbio di averlo solo immaginato; perché, forse, un amore non era. Non un amore, nemmeno un errore, ma solo una sosta che avrai voluto fare, sapendo che saresti ripartito. Perché non una sola storia tra quelle finite, penso che avrebbe mai potuto funzionare. Il tempo trascorso mi ha svelato che tutte le storie interrotte erano storie senza futuro. Quanto è strana, ma quanto vera oggi questa sensazione. In tanta confusione qualche verità si svela. Non mi consola, ma mi rasserena. Non potete gettare via nulla di quanto vi è accaduto. Gettereste via la vostra stessa vita. E quello sarebbe solo un atto di disperazione. Né rabbia, né vendetta, ma solo disperazione. Ecco perché i miei ricordi me li tengo tutti stretti. Alcuni saranno solo immagini, come piccole e sfocate diapositive. Saranno lì, nell'archivio della tua vita, per ricordarti che è accaduto, e nulla più. Altri così vividi, quasi avessero ancora calore, pelle, movimento, colori e che torneranno a riscaldarti il cuore ricordandoti che anche a te è capitato qualcosa per cui il viaggio è stato sorprendente. E allora, dopo esservi fermati, bisogna sempre trovare il modo di ripartire, perché se qualcosa di straordinario ti è già accaduto non è detto che nulla di formidabile ti stia attendendo. Fosse solo un libro per cui stare svegli una notte, col fiato sospeso, e che ti restituirà al giorno che segue pieno di stupore. Avrai viaggiato tra sogni e parole, e dirai: "ti ho fregato vita. Stanotte, almeno, ti ho battuta. Questa mano l'ho vinta io. Ho trovato le parole che sognavo e compiuto il viaggio che volevo".  Fosse solo un motivo che ti resta in testa una giornata. Fosse solo un mattino di Dicembre, quando aspettavi grigie nuvole e trovi il Sole e lo sguardo di chi ami, sereno, a dirti che anche per lui quella sarà una giornata migliore. Una giornata senza sofferenza.
Fosse solo uno sguardo incrociato all'angolo di una strada, dove nessuno sguardo cercavi e l'istinto di pronunciare la frase migliore che quegli occhi abbiano evocato e nella maniera migliore, leggendo in quegli occhi di quel sorriso proprietari, un'espressione del tipo: sei un matto ma mi costringi a fermarmi e ad ascoltarti perché certi matti, forse, sono gli unici capaci di leggere la vita e di renderla fantastica. Come in un racconto di Dickens, dove innocenza, sincerità, furore e speranza hanno la meglio, miracolosamente.

FosseSoloQuesto.

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venerdì 7 dicembre 2012

Tanto Non Funziona


Ma guarda che bel pensiero si è affacciato oggi, e mi osserva sornione. Accenna un sorrisetto, e sa di per certo che l'avvicinerò. Si è presentato quasi per caso. Non l’attendevo, non l’ho invitato, non ero pronto ad accoglierlo però lui ha trovato il modo di raggiungermi ed ora mi chiede la parola. E non dovrà fare molto perché gliela conceda. Mi ha immediatamente catturato. E mi fa sorridere, perché stavolta mi divertirò davvero: gli porgo un vassoio di parole, e scelga pure quelle che vuole.
Ecco, ve lo introduco. Si è fatto chiamare: “Tanto non funziona”. 
Non lo riconoscete? Per forza: è ancora troppo distante. Allora... siete proprio all'inizio di qualcosa che assomiglia vagamente ad una relazione. Avete appena superato l’eccitazione di strapparle un primo bacio, un primo si, un primo emozionante abbraccio. Non c’è più incertezza. Allungherete la mano e l’altra non si dileguerà, raccogliendo la proposta di una stretta. Comincerete a pensare che una sera di un fine settimana - occuparne più di una, sarebbe davvero troppo presto - vi piacerà trascorrerlo insieme. Vi piacerà chiamarla; e a lei piacerà essere sorpresa dal display multicolore che si illumina con la foto scelta per il vostro specialissimo contatto. E magari pure una suoneria personalizzata, che non è, ancora, un solenne requiem, riconoscendovi così al primo squillo. 
Si conviene, anche perché, l’altro starà ancora decidendo, tra i candidati sotto osservazione, a chi assegnare la miglior serata del fine settimana; per quelli non del tutto convincenti, o alla più recente e promettente conoscenza, casomai, riserverà la serata del Giovedì. Quella che definisco: "la serata a costo zero"; che riempi con un calice di vino e vaghe conversazioni. Quando è giustificata una fuga improvvisa per la stanchezza del giorno feriale, e per l’angosciosa immagine della sveglia che ti trapanerà i timpani da lì a qualche ora. Dove c’è spazio, al più, per qualche bacetto innocente, di quelli piacevoli per quanto leggeri. La serata a costo zero è quella dove non rischi nulla. Dove c’è tempo per qualche domanda scomoda, ma non per le risposte. Il tuo repertorio è tutto da esibire, e non devi inventarti niente di nuovo. Le tue trovate verbali, le mossette che sorprendono, sono lì in attesa di essere recitate al meglio, senza fretta; in un’interpretazione che sa essere, ormai, così convincente, da catturare implacabilmente l’attenzione dell’interlocutrice. E si conclude con ciascuno che penserà all'altro e sarà stato un gioco da ragazzi propiziare un: “ma perché no, potrebbe essere eccitante”. Quando il fremito e l’eccitazione, predisposte da madre natura per avvicinare due perfetti estranei fino alla distanza delle labbra, sono prepotenti, e sovrastano ogni incertezza. Magari, di lì a qualche settimana sarete, perfino, diventati “quelli del Sabato sera”. La serata più impegnativa per stare in coppia, perché non ammette alibi per giustificare precipitose fughe. Troppo rischiose, e potrebbero compromettere, da subito, l’atmosfera incantata delle prime volte. Quando è la scoperta a recitare il ruolo di protagonista e la noia non è assolutamente presente nel programma della serata. Bene, ecco esattamente dove siamo; a quale punto della storia. Magari lei vi piace pure: si presenta docile, sensuale, senza fare chissachè per riuscire ad esserlo. Non ha neanche schioccato voluttuosamente le labbra, aumentate di rosso fuoco. Sembra, addirittura, coinvolta. Non ha mostrato alcun atteggiamento aggressivo o prevaricatore. E una confusa sensazione di inadeguatezza, di disagio, l’attribuisci semplicemente al fatto che l’altro è ancora un estraneo, anche se solo per dettagli. E, timidamente, si sta facendo avanti quel pensiero: “ehi, potrebbe funzionare". Non ci sono effetti collaterali e ti capita perfino di allucinarti del suo odore, del suo sorriso, dei suoi naturali gesti, che trovi irresistibili. Siete lì e pensate: "al diavolo, perché no, perché non viversela questa cosa". Esattamente allora, irrompe, sprezzante ed irruento: “tanto non funziona”. E prende rudemente a calci il pensiero in cui stavi indulgendo, facendoti sentire un ingenuo idiota, e perentorio ribadisce, ancor più seccamente, quasi strillandolo: “ tanto, non funziona!”. E ti spiega: "perché dovrebbe funzionare, se fino ad ora non l’ha mai fatto?". Contale tutte le tue storie, e conta pure i tuoi anni. Ne ha mai funzionata qualcuna? Dai, prova a ricordarle, e non puoi mentire; ai tuoi pensieri non puoi farlo. Sono proprio accanto alla tua memoria e a loro basta voltarsi per sfogliarla, ancor prima che tu vi abbia accesso. Non ne ha funzionata nessuna di storia, e questa è la normalità. La straordinarietà è, invece, se dovesse miracolosamente funzionare. E incalza, in una requisitoria sempre più serrata: questa storia, lei, questi giorni, li trovi straordinari? Ma attendi, paziente, prima di provare a rispondere. Attendi pure che sbagli il primo congiuntivo e ne riparleremo. Magari tirerà fuori un’espressione fenomenale per spericolatezza, mettendo in successione due participi, uno a reggere l’altro: “ Non è stato potuto farlo”. E te lo ripeterà almeno un paio di volte. Un’ardita avanguardista, capace di nuove e sorprendenti formule verbali. Attendi pure. E stavolta neanche proverai a correggerla, perché avrai imparato, che quando lei pronuncia Mau(N)passant, devi sottacere. Allora cominciasti a guardare smarrito per aria, di lato, deglutendo con un sommesso singhiozzo. Mentre lei afferrò l’opuscolo davanti, e lesse, scandendo come una bimba, a cui, prima di affidare un oggetto, ne verifichi la prescrizione: 7-10 anni. E ancora quella “enne” sillabata accuratamente, che mi era arrivata come un cazzotto in bocca, facendomela risputare, esclamando candidamente: “Maupassant!”. E può anche accadere che lei, inaspettatamente, possa rivolgersi astiosamente con un perentorio: “non fare il maestrino”. E tu che avresti voluto mettere la barra a dritta ed investirla in pieno, con un bel: “maestrino, io!". Ti ho corretta ed in punta di piedi”. Ma se avessi pronunciato P(i)randello, eliminando la “i” e confondendolo con l’allenatore della nazionale di calcio, avrei preteso, dalla donna a cui mi accompagnavo, di essere garbatamente corretto, concedendole di ridere ironicamente dopo essere annichilito per l’imbarazzante esibizione. Una vocale o una consonante, omessa o aggiunta a sproposito, non possono costituire un inoppugnabile test d’intelligenza. Ma di certo, ti condanna non la "enne" in eccesso, ma la reazione che non ti aspetteresti.
Aspetta, allora, e prova a capire se sopravvivrà all'uso del congiuntivo. Se si rivolgerà a te, accusandoti, invelenita, di essere saccente, quando avrai citato autori francesi col nome proprio. Attendi prima di vederla esibire un vestitino che, neanche ad un itinerante spettacolo circense, vedresti indossare, e poi prova a rispondere. Attendi, che non ti accuserà di essere fastidiosamente loquace se riempi le vostre serate di dialogo; o taciturno, trovandoti noiosamente introverso, quando non avrai voglia di parole; perché nell'esistenza di ciascuno c’è anche quella cosa che si chiama umore, e che talvolta, cerca pelle e tatto, sicurezza, senza inutili parole. O magari troppo pigro o troppo intraprendente. Aspetta di vedere, quante foto autocelebrative esibirà sulla sua pagina, nel libro delle facce, e quante sorprendenti citazioni altrui, non citate, condividerà. Incapace di comporne di sue. Attendi, perché con gli anni e le storie che hai vissuto, ti diverte quasi, ormai, sbottare e tenere ferma la barra quando ti troverai di fronte ai segnali precursori di un’insanabile incompatibilità. E sei pronto a scendere sul terreno del confronto, aspro e impietoso, quando riconosci una sensibilità da mammifero placentato. Quando ti inferocisce il tentativo di sottrarsi al dialogo, preferendo la nuova frontiera della messaggeria in tempo reale, e pure gratuita -what's up- evitando così di dover ricercare le parole giuste per dire. 
Perché, adesso, ci saremmo proprio stufati di tollerare. Ma spegnete Facebook, e leggete, e pensate. Riappropriatevi di pensieri propri e delle parole adatte per dirli; se ne siete capaci. Non risolvete la vita con aforismi presi a prestito. La brevità nei ragionamenti e nelle soluzioni lasciatele agli avventori del bar dello sport. Macellate le idee di altri e quello che vi resta pretendete di offrirlo come prezioso alimento per l’anima. Ma fatevi assumere al mattatoio delle idee, sareste degli impiegati formidabili. Lì, le idee sono tutte ammassate, carcasse inerti, e voi sapreste scartarle con una destrezza impressionante. Siete abilissimi nel derogare ai vostri pensieri. E quanti link avete attivato per trovare la migliore frase -non vostra naturalmente- per la migliore idea -nemmeno quest’ultima vostra- e convincervi poi che era quanto volevate pensare. 
E no, cominciate a convincervi che dovrete affascinarci con quanto avrete da dirci. Puoi lesinare sul numero, ma non puoi usarle a sproposito, le parole, e pretendere di essere stata irresistibile. Non vi è più concesso. Pretenzioso, direte. Già, decisamente, e proprio per questo che cominceremo, quasi sempre, con un bel: “tanto non funziona”. Vi sentirete immediatamente sollevati. Nessun obbligo di stupire, di conquistare. Non dovrete struggervi nel dubbio: cosa mai rappresenterò per l’affascinante straniera? Né tanto meno chiedervi se avrà ricominciato a selezionare nuove candidature per le serate del Giovedì. E si, perché ti sarai pure aggiudicato la serata del Sabato, ma quelle del Giovedì e del Venerdì sono rimaste vacanti. E lei, sopratutto, non potrà deludervi.

E se poi dovesse funzionare? Embè, sarebbe magnifico, ma intanto sarai serenamente rassegnato a riconoscere i prolegomeni di ogni futuro fallimento. E ti godrai i giorni dell’eccitante scoperta dell’altro: divertito, euforico e spensierato. E semmai l’altro dovesse, sorprendentemente, far strage dei fantasmi del passato, che non si materializzeranno più a bordo di un SUV o durante un viaggio regalo a Parigi, lungo gli Champs-Élysées. Addirittura suggerirti un nuovo autore, e pagine nuove. Aggirarsi nei locali della movida devotamente legata al tuo braccio, senza guardare il più figo del reame con la bavetta che risale ai margini delle labbra, pretendendo nei giorni che seguiranno, la libertà, di fare chiarezza nella sua confusione sentimentale. Che poi significa concedersi il giro di prova col modello fuoriserie, se le capitasse di ritrovarlo, per pura casualità, laddove lo aveva incrociato giorni prima. Allora, forse, potrebbe essere la tua storia straordinaria. Altrimenti, ti comporterai come il commesso dietro quei favolosi banchi del pescato del giorno che trovi in certi centri commerciali, pieni di varietà diverse, e stupefacenti a trovarsele di fronte con gli occhietti lucidi e convessi, e come lui esclamerai, senza alcun affanno: <<segue la numerazione. Avanti il prossimo!>>. 


SaràCheStoImparandolaLezione? 

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sabato 24 novembre 2012

Un Gioco Di Equilibrio

E stasera provo un esercizio; o meglio, quasi un virtuosismo. Scrivere a tempo di un brano, a tempo della musica che amo. E voglio, pure, provare a camminare su di un filo teso in aria, e muovermi veloce, percorrendolo fin dove posso. Si, un'idea stramba. Ma quest'idea mi eccita. Posato il piede destro, la sottile fune si incurva e va a destra. Il corpo reagisce: si sposta nella stessa direzione, si contrae, si piega, si solleva d'improvviso. Lo scatto recupera equilibrio. E sono ancora in piedi. Ero certo di cadere, stavolta, ed aver accettato una sfida già perduta, non appena cominciata. E invece, ancora in piedi. E comincio ad aver voglia di infilare un altro passo che segua il precedente. Ed eccolo. E' andato. Il cavo, ora ben saldo,  sembra suggerirmi: <<proviamo ad intenderci; ripiegati su di te se oscillo, e distenditi in alto, se risalgo; ma seguimi>>.  Muovi un altro passo e non guardare in basso. Non farlo. Potrebbe solo svuotarti lo stomaco in un istante, e farti provare vertigine. Il vuoto non serve a nessuno, tanto meno a te che provi a restare sospeso. Perché guardarlo? Punta lo sguardo dritto di fronte, e prova il passo successivo: che sia assestato ad arte. Né greve, né leggero, ma un passo di quelli che sanno dove vogliono posarsi e come. E allora, avanza il piede. Lascia che scivoli lungo il filo. Seguilo, avvertendone la presenza con il più rassicurante senso di cui sei capace: il (con)tatto. In equilibrio sul vuoto, dovremo imparare a restare. Se volete sopravvivere, dovrete percorrerlo quel filo di vita. Preparatevi a farlo, perché prima o poi vi tocca. Ognuno di noi, ha gambe, braccia diverse da ogni altro. Osservate lo spessore, la lunghezza dei vostri arti. Il torace di ciascuno, diverso per ampiezza e forma. Per qualcuno piatto e rettangolare come una lamina. Per qualcun altro ovale e tozzo. Per ciascuno diverso, e ciascuno deve capire come restare in equilibrio. Sentire il proprio corpo e comprendere i movimenti da fare. Come piegarsi, distendersi, contrarsi per restare in equilibrio perché, presto, la vita si stringe diventando spessa il calibro di un filo, e ti circonderà il vuoto tutt'intorno. Io ci sto provando, ma a modo mio. Ho spento il silenzio con i Bloc Party e provo a restare in piedi a tempo di Kreuzberg. E confesso: mi sta riuscendo. E scrivere mi fa venir voglia di provare presto anche un salto mortale, sospeso su una linea di vita, tanto sottile quanto insospettabilmente resistente. Come nylon: sottile, invisibile. Non lo spezzi. Hai voglia a tirare. Le mani nulla possono, per quanta forza ci metta. La fisica te lo impedisce: c'è bisogno di attrito per afferrarlo, e tenderlo, reciderlo. La vita non si fa afferrare. La devi solo percorrere, in equilibrio su di un filo. Ecco perché la vita, come filo di nylon, vi tiene sempre, dovrete però imparare a restarci sopra. Si tratta di virtuosismo, di numero ad effetto, da lasciare chi guarda e chi lo esegue, stupefatto. Ma bisogna farlo. Lei vi regge, ma voi dovrete imparare il numero. Ne va della vostra sopravvivenza. Come fare, non posso dirvelo. Dovrete sentire il vostro corpo, assecondarlo, ma sapendo di dover restare in equilibrio; ciascuno come può. Ognuno scelga delle note per spegnere il silenzio che seppellisce il cuore, e provi a ripartire da ciò che gli accende passione in petto. E se, smarrito, scoprisse di non sapere più cosa sia, riparta proprio da questo: capire cosa potrà essere. Stavolta, le parole, volevo che fossero rapide e andassero a tempo di Kreuzberg. E vorrei che anche la mia vita accelerasse. E la felicità,  vederemo se la incontro. So che si parerà di fronte, solo quando saprò correre sicuro e sorridere, lungo quel filo sottile. E resistere agli olè del vento che proveranno a buttarmi di sotto. Ma dovrai provare a scordare il terrore di esser stato lì per precipitare. Scordare anche quelle guance paffute e rosse apparse per scatenarti addosso un uragano, quando pensavi annunciassero riposo. Dimenticale, che riuscirai a tirarti su, perpendicolare al filo e potrai  provare a percorrerlo di nuovo. Perché dimenticare, talvolta, non è un male. Il male è quello che provi, pensando che nemmeno ti abbia detto mi dispiace quel volto che una manciata di giorni prima, sul palmo della tua mano, ha riposato la stanchezza di una lunga giornata, per poi soffiarti via. La vita non l'afferri: puoi solo provare a restarci sopra. E cancellare certe tracce, è permesso. In questo pericoloso gioco di equilibrio, non ci sono regole da rispettare.

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domenica 18 novembre 2012

Bolle di sapone



….E sul rapporto tra un uomo e una donna, mi piacerà tornare, seguendo le orme di Chinaski. Perché non è mai uguale l’altro nelle storie che si succedono; e non lo siete nemmeno voi. Che il vostro cuore sia stato frustato impietosamente e bruci per ferite mai chiuse od accarezzato e lenito, le vostre reazioni saranno diversissime.
Potreste essere incapaci di fiducia, di slancio, di impegno. Allora sarete fermi ed immobili. E disteso il braccio dinanzi a voi, inviterete l’altro a farsi avanti, stringendo il pugno, sollevando quattro dita per richiuderle immediatamente dopo, con il pollice sempre immobile. Come a voler dire: <<bene, fammi vedere che sai fare. Io resto qui. Io non mi muovo>>.
Eppure, non vi illudete: soffrirete sempre allo stesso modo;  l’unico che la vostra sensibilità vi consente, anche di fronte ad una simile incapacità, seppur temporanea. Perché, comunque, non è quello che vorreste.
Oppure sarete guariti e nuovamente pronti ad inseguire, consegnando la vostra fiducia all’altro e disposti a meritarvi la sua.  
Ma di qualsiasi cosa si tratti: sempre lo stesso tu, ma quanti voi. E c’è di che scrivere.
Così, vorrei cominciare a raccontare dell’amore. Non quello malato, da lettino dello psichiatra. Non quello virtuale, che nasce in rete. Adesso mi appassiona quello folle. Quello che di una rete di protezione ne fa a meno. Il più rischioso: dove se cadi ti spezzi e ti tocca trovare il modo di rinsaldare le ossa e suturare le ferite. Quando ti chiedi sconfortato cos'hai fatto di sbagliato; oppure se ad essere sbagliato sei nient’altro che tu, qualunque cosa faccia. Quello dove, forse, inadatto è solo l’altro. Quando credevi di essere di fronte ad una mongolfiera, fatta del tessuto che riveste il cielo, e in preda ad un’emozione che non sei riuscito a domare, avevi deciso di montarci nel cesto. E proprio quando ti vedevi in alto, ti sei ritrovato a cadere rovinosamente. Perché quella sfera iridescente che lassù ti ha portato, leggero, felice, appena ha avvertito la pressione dell’aria solleticarla, è scoppiata, sbuffando.
Col viso sporco di fango, in quella pozzanghera di acqua scivolosa, sei precipitato e da laggiù guardi in alto, da dove sei precipitato. Proprio lì, dove ti lasciano le bolle di sapone. Non mongolfiere per volare alto, ma solo bolle di sapone. E le labbra che le soffiano, ci piacerebbe descriverle, perché, forse, impareremmo a riconoscerle ed allora a tapparle.
Ma se proprio ti ostinassi a spingerti dentro, illudendoti di poterla trasformare in una mongolfiera, allora, accomodati pure, eroe. E sii pronto a precipitare, perché saprai che quella storia non si solleverà mai in alto, fin dove speri. Quelle labbra appartengono alla terra, e non la osserveranno mai da lassù; da dove, tu, che ci sei entrato in quella bolla, sei comunque arrivato, prima di rovinare di nuovo al suolo.
Credevi di essere, finalmente, pronto. Ma non lo si è mai. Le labbra che soffiano bolle sono seducenti. E appaiono fragili e sottili mentre ti raccontano che, prima o poi, ne soffieranno un’altra; e solo per te. Così cominci a credere che non possano dirlo sul serio. Magari, nel tempo che precedeva quell'incontro  hai allenato il tuo corpo, sfidandolo, e riuscendo a renderlo, così, armonioso e fiero. Hai affinato la mente. L’hai resa seducente, con anni di esercizi e di sfide alla monumentale complessità del mondo sensibile. Mai soffocando l’indomata curiosità per la conoscenza, in qualunque forma si possa manifestare; non ultima quella fatta di parole. Allora ti sarai detto: "ora sono pronto!". Invece, ancora una volta, non è bastato. E ti chiederai: “cos’è accaduto?”.
E se avrai, perfino, deciso di mostrarti così come sei, anche se fragile, posandole una mano sulle labbra e sussurrandole tutto ciò che sei capace di provare. Senza timore di infrangere la legge che impone con l’altro innanzitutto di giocare, lasciando alla tensione, all'incertezza  alla provocazione, alla distanza, il compito di giustificare tu e lei, e mai un voi. Ma non sarà bastato. Allora, cos’è accaduto?
Che, forse, soltanto, erano le labbra sbagliate.
Considerala questa possibilità. E quelle labbra abbandonale. Lascia che continuino a soffiare bolle di sapone, perché quelle labbra, forse, non sanno fare altro. Gira le spalle, e piangi, ma di rabbia. Perché le avrai mostrato quanto di meglio hai, e lei, l’avrà solo saputo ficcare in una bolla di sapone per liberarla e vedere dove sarebbe scoppiata stavolta. E non importa che tu avrai rischiato e ti sarai schiantato al suolo. Non importa, perché a lei interessano solo “bolle di sapone”.  Allora devi voltare le spalle, e scegliere di camminare in piano anziché tentare di sollevarti, anche solo di una spanna, nella sua bolla di sapone. Cammina dritto, e strilla, e piangi, ma volgendo le spalle non mostrarle più il tuo viso, perché lei l’ha osservato. L’ha compreso. E gli ha soffiato sopra, nient’altro che bolle. Dovrai allora ripeterti: <<erano solo le labbra sbagliate>>.

Se non sei mai entrato in una bolla, non seguirlo questo blog perché non capiresti. Resta a terra! A chi invece è salito su una mongolfiera e non potrà più vederci, perché, da lassù, è ormai lontano. A lui, non mi resta che augurargli di volare ancora più oltre di lontano.

Io invece seguirò Chinaski nel suo viaggio, e durante quel viaggio, forse, qualcosa impareremo; se non altro qualche parola in più, per raccontare la vita. Ma non sperate che, di quel viaggio, la fine sia certa o che lungo il percorso si incontri una mongolfiera. Potremmo giungere in nessun posto; e saremo solo riusciti a spingerci un po' più oltre. Tutto qua. Ma se fosse anche solo quello, ne sarà valsa la pena.

E voi che leggerete e sbranerete i miei pezzi come cani randagi a caccia di parole, disseminandoli, ancora sanguinanti, in giro per la rete, citate il corpo da cui l’avrete staccate.
Citatemi almeno, e così lasciate che mi trovino e che racconti anche a loro del nostro viaggio.

E questo è il mio Blog!!!
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